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Regioni ordinarie, i primi 40 anni PDF Stampa E-mail
Lunedì 07 Giugno 2010

OGGI LA CELEBRAZIONE A ROMA, PRESENTE UNA DELEGAZIONE DEL CONSIGLIO VALLE

Regioni ordinarie, i primi 40 anni

Il 7 giugno 1970, con l’elezione dei rispettivi Consigli, quindici Regioni a statuto ordinario entrarono nelle storia istituzionale italiana e si aggiunsero alle cinque speciali già in funzione.

Il processo di regionalizzazione, previsto nella Costituzione repubblicana del 1948 e nelle sue norme transitorie, segnò il passaggio da una connotazione meramente amministrativa dello Stato decentrato a una più ampia capacità politica e legislativa dei nuovi enti territoriali.

Si celebra oggi a Roma, nell’aula del Senato, il quarantennale di quell’evento e il Consiglio regionale della Valle d’Aosta è presente con una propria delegazione della quale faccio parte.

La cerimonia, alla quale partecipa anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, costituisce l’occasione per tirare le somme sui primi quarant’anni del regionalismo italiano: un lungo e complesso processo di decentramento, ricco di contraddizioni e confusioni cresciute esponenzialmente con la riscrittura del Titolo V della Costituzione nel 2001.

Le Regioni sono oggi determinanti nell’erogazione dei servizi e nello sviluppo delle proprie comunità: se guardiamo però agli appalti, al governo del territorio e del paesaggio, al trasporto pubblico locale, alla sicurezza sul lavoro, alla gestione dei fondi europei o alle politiche di sviluppo economico ci scontriamo con degli enti che spesso appesantiscono la burocrazia e che risultano incapaci di esercitare correttamente le funzioni attribuite, alimentando apparati e costi aggiuntivi.

Senza dimenticare che le Regioni sono diventate delle voraci macchine di spesa pubblica (vedi gli ingenti oneri in materia sanitaria che non sono bilanciati da analoghi livelli di efficienza), delle ottime riserve di clientelismo e degli straordinari avamposti di potere. E c’è addirittura chi, e nemmeno troppo provocatoriamente, incomincia a interrogarsi sulla stessa utilità delle regioni.

Riforme strutturali del nostro sistema territoriale sono ormai inevitabili e dovranno essere fondate su criteri di efficienza, di rigore e di responsabilità: di fronte a un regionalismo in crisi e a un federalismo tutto da sperimentare, gli “addetti ai lavori” dovranno valutare attentamente i cambiamenti da adottare.