| Costi della politica, statistiche impietose |
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| Sabato 05 Novembre 2011 |
COSTI DELLA POLITICAStatistiche impietoseLa proposta di uno “scenario 8 euro” e l’ipotesi di una monocrazia per la Valle d’Aosta
È bene precisare che la spesa indicata si riferisce al Consiglio regionale nel suo insieme, che comprende non solo i 35 culetti d’oro – tra i quali quello del sottoscritto – ma anche un centinaio tra dirigenti e dipendenti che popolano le stanze degli edifici di via Piave e, in parte, di Piazza Deffeyes nonché gli organismi che dipendono da esso, quali il Difensore Civico, il Corecom e la Consulta delle Pari opportunità. L’analisi di Rizzo e Stella riguarda il costo dei parlamenti regionali sulle tasche dei rispettivi abitanti. E, come accade regolarmente, la Valle d’Aosta soccombe senza appello se il raffronto viene fatto mettendo a denominatore il numero esiguo della sua popolazione. La statistica è, anche in questo caso, impietosa ed espone a una comprensibile critica la cosiddetta “casta” locale. La premiata coppia de “La Casta” è particolarmente ficcante e spietata nell’esame della situazione, esponendo ed enfatizzando, come suo costume, gli sprechi e le inefficienze delle diverse pubbliche amministrazioni. L’argomento, incandescente e quanto mai attuale, attira ancora una volta l’attenzione del lettore e lo fa giustamente indignare. Specie quando è infarcito di stravaganze e privilegi grotteschi diffusi in certe realtà meridionali: tra tutte risalta l’Assemblea Regionale Siciliana. A parte questo, una comparazione immediata con la Lombardia ci fa arrossire: il parlamentino lombardo, pur stanziando quasi 76 milioni di euro per il suo funzionamento, costa un sedicesimo (per cittadino) rispetto a quello valdostano - 7,77 euro - e risulta il più virtuoso d’Italia. Ci fa arrossire, dicevo, ma è anche giustificata, se consideriamo che i lombardi sono quasi dieci milioni; la nostra regione pesa, demograficamente parlando, quanto un comune come Monza o Bergamo. Se il paragone viene però effettuato con realtà più simili alla nostra, ovvero enti territoriali come le Marche (11,04 euro pro capite), il Molise (34,68) e il Trentino-Alto Adige (35,86), le spiegazioni a nostro favore diventano meno sostenibili. Matteo Richetti (cattolico di area PD), presidente del Consiglio regionale dell’Emilia Romagna, propone di adottare per tutti il “parametro 8 euro”, cioè il costo pro capite più basso tra i diversi parlamenti. Se certe assemblee, come la lombarda, la toscana o l’emiliana, si sostentano con 8 euro di spesa per ogni cittadino, perché altrove non si può fare? La domanda e il ragionamento che la sottende non fanno una grinza, anzi contemplano un’ipotesi che non può che rallegrare il cittadino-elettore-contribuente valdostano, il cui esborso oggi è di quasi sedici volte tanto. Due mesi fa ho proposto di tagliare del 40 per cento il numero dei consiglieri valdostani, riducendo gli scranni da 35 a 21 con un risparmio immediato di circa tre milioni annui. La mia ipotesi, nei confronti della quale tutti i gruppi politici (incluso il PDL de chez-nous) hanno fatto commenti, battute e smorfie di disappunto, è ben poca cosa innanzi allo scenario 8 euro immaginato da Richetti; in questo caso la politica regionale valdostana avrebbe una dotazione di poco più di un milione di euro annui per il funzionamento dell’assemblea e del suo apparato. Tradotto in termini concreti, la Valle d’Aosta potrebbe fare a meno di 34 culetti d’oro e affidare la guida direttamente a una sola persona, un presidente che, senza Giunta e Consiglio, amministrerebbe indisturbato contando su una manciata di dipendenti al suo stretto servizio. Non ci sarebbero ovviamente nemmeno le risorse per mantenere in vita – e questo non dispiacerebbe a molti – il Difensore Civico, il Corecom e la Consulta delle Pari Opportunità. Una monocrazia insomma, auspicabilmente non dispotica, ma decisamente economica per le tasche dei valdostani. Una sforbiciata piuttosto energica quanto provocatoria, nei cui confronti la mia proposta di modifica statutaria appare come un pannicello caldo. Figuriamoci le altre. |